Lo dimostra uno studio anche italiano
Chi proprio non ce la fa a smettere di fumare potrebbe non essere
interamente responsabile del suo vizio. La voglia irrefrenabile di
accendere una sigaretta ha infatti una radice scritta nei geni. Lo
sostengono tre studi internazionali, a cui anche l’Italia ha dato un
proprio contributo, pubblicati sulle riviste “Nature” e “Nature genetics”,
secondo i quali esiste un legame fra alcuni geni, la dipendenza da
nicotina e lo sviluppo di malattie legate al fumo. Si tratta della prima
volta che il rapporto tra geni, fumo e cancro del polmone riceve una
dimostrazione scientifica e precisa, ma il sospetto che esistesse questo
nesso risale già a una quarantina di anni fa.
Gli studi che lo ora lo dimostrano con chiarezza sono coordinati da Kari
Stefansson dell'università di Reykjavik; tra gli autori, gli italiani
Roberto Pola e Andrea Flex, dell'Università Cattolica di Roma. Kari
Stefansson è padre del progetto che prevede l'analisi del genoma della
popolazione islandese, da anni sotto la lente dei genetisti in una lunga
serie di studi.
I geni a cui è riconducibile il vizio del fumo si chiamano Chrna3,
Chrna5 e Chrnb4, si trovano sul cromosoma 15q24 e controllano
altrettanti recettori della nicotina, ossia molecole presenti sulla
superficie delle cellule di cervello, vasi sanguigni, bronchi, vie
urinarie, nel sistema digestivo che reagiscono alla nicotina presente
nelle sigarette. Questi geni sono stati scoperti analizzando il Dna di
circa 14mila fumatori islandesi, suddivisi in base al numero di
sigarette fumate al giorno. Dati alla mano è emersa una forte
correlazione fra la presenza di una particolare forma di variazione dei
geni analizzati e la dipendenza da nicotina dei fumatori più incalliti.
Inoltre, spiega Pola, “è anche stato analizzato sia il rischio di
ammalarsi di tumore del polmone che quello di ammalarsi di arteriopatia
periferica (Pad), cioè l'occlusione delle arterie delle gambe. Due
malattie fortemente associate al fumo”.
Per quanto riguarda la correlazione con il tumore al polmone, sono stati
studiati oltre mille pazienti provenienti anche da Olanda, Spagna e
Islanda, mentre per quella con la PAD sono stati esaminati quasi 3000
pazienti. “In entrambi i casi - afferma Flex - la correlazione, mai
dimostrata prima di oggi, è risultata molto convincente”. Gli esperti
concludono che questo tipo di ricerche, effettuate su un campione molto
vasto e geograficamente diverso, “aiuta a definire il rischio di
sviluppare dipendenze nei portatori della variazione genetica e dunque a
calibrare programmi preventivi e terapeutici individualizzati”.
"Quello dell'Università Cattolica di Roma è l'unico centro italiano
coinvolto – sottolinea Pola - e il nostro contributo è stato quello di
fornire i dati di più di 150 pazienti (e circa 250 casi di controllo)
malati di arteriopatia periferica. Abbiamo analizzato i loro dati
genetici e, come gli altri colleghi, abbiamo osservato che
l'associazione con quella variazione genetica era molto forte".
Questa ricerca di fatto apre la strada alla definizione del rischio
individuale della assione per le sigarette e a interventi di prevenzione
mirata e cure personalizzate.
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