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dal sito :
Ora c’è
anche un nuovo farmaco
Sono circa 15 milioni gli italiani che
soffrono di ipertensione, che
corrispondono a circa il 20-25% della
popolazione. L’incidenza è maggiore tra
i soggetti di oltre 60 anni, ma sono
almeno 3 milioni le persone che hanno la
pressione alta senza saperlo perché non
hanno alcun sintomo. Su scala mondiale
si parla di circa un miliardo di
ipertesi. Quattro pazienti su cinque,
infine, non riescono a rientrare nei
valori pressori ottimali indicati dall'Oms,
ovvero al di sotto di 140 di massima e
90 di minima. Questa malattia è
considerata la prima causa di morte
perché favorisce complicazioni come
infarto, ictus, danno renale e morte
prematura. La buona notizia è che ora
c’è un’arma in più per combattere questo
insidioso nemico.
Il nuovo principio attivo, spiega
Massimo Volpe, direttore della cattedra
di cardiologia della Sapienza di Roma,
contempla l'intervento a monte e non a
valle, intervenendo su una cascata di
effetti “non in basso per impedire che
piova sul bagnato, bensì in alto
chiudendo direttamente il rubinetto”. Il
nuovo farmaco (aliskiren) messo a punto
da Novartis, infatti, a differenza di
quelli tradizionali agisce inibendo
direttamente la renina, ossia l'enzima
responsabile della cascata di eventi che
portano all'innalzamento della pressione
arteriosa e all'evoluzione del danno
agli organi. Nella messa al punto del
farmaco l'Italia ha avuto un ruolo di
primo piano sia per la sperimentazione
clinica che per le attività produttive.
'L'ipertensione - ha aggiunto Giuseppe
Mancia, direttore della clinica medica e
dipartimento di Medicina clinica
dell'Università Bicocca di Milano - è un
fattore di rischio: spesso i soggetti
ipertesi sono colpiti da ictus, infarto,
scompenso cardiaco. Il rischio si riduce
tenendo sotto controllo i valori. Se
l'interevento è tardivo, le possibilità
di proteggere gli organi bersaglio
dell'ipertensione sono minori perché i
danni diventano almeno parzialmente
irreversibili. E' dimostrato che i
farmaci che agiscono a diversi livelli
sul sistema renina-angiotensina, oltre a
ridurre efficacemente la pressione,
possono anche avere una funzione
protettiva diretta e oggi le linee guida
consigliano l'uso di questi farmaci”.
Insomma, combattere la pressione alta
allunga la vita. Oltre ad essere meno
soggetti a malattie killer, chi è
ipoteso vive di più, come dimostrano
alcuni studi condotti sugli
ultracentenari: questi “supernonni”
hanno fatto registrare valori di
pressione bassissima nell'arco delle 24
ore, con una differenza quasi nulla tra
i livelli diurni e quelli notturni. "Se
oggi l'aspettativa di vita media in
Italia è pari a 84,1 anni per le donne e
a 79,5 anni per gli uomini (ultimi dati
Istat), è innanzitutto merito delle
terapie contro le malattie
cardiovascolari, in primo luogo di
quelle contro la pressione alta -
sottolinea Massimo Volpe – “Dal 1970 a
oggi abbiamo guadagnato 7 anni di vita
in più” .
Ad aggiungere un'altra tessera nel
puzzle dei rapporti tra pressione bassa
e longevità c’è anche un recente studio
italiano, firmato dal team di Giuseppe
Remuzzi dell'Istituto di ricerche
farmacologiche Mario Negri di Bergamo.
Gli autori hanno osservato che topi Ogm
privi dei recettori per l'angiotensina,
sostanza chiave nella cascata di eventi
che scatenano la pressione alta, vivono
il 30% in più rispetto agli altri.
Evidenze ottenute per ora soltanto su
questi roditori “matusalemme”, ma che
fanno sperare in un futuro più longevo
anche per gli uomini.
La tosse non è una malattia, ma un
sintomo aspecifico, cioè riconducibile a
una molteplicità di cause. Tra queste la
più comune è l’infiammazione delle prime
vie aeree, altre sono: l’asma
bronchiale, la bronchite, la polmonite,
la sinusite, l’otite, la pertosse, la
malattia da reflusso gastro-esofageo, la
tubercolosi. In alcuni casi la tosse può
essere addirittura il campanello
d’allarme di malattie molto gravi.
Per questo motivo in caso di tosse
persistente o che insorga senza altri
sintomi infiammatori è importante
rivolgersi al medico che, dopo
un’attenta valutazione clinica ed
eventuali esami di laboratorio, potrà
individuarne la causa. Nella maggior
parte dei casi la tosse che accompagna i
comuni raffreddori è dovuta a
un’infezione virale e si risolve
spontaneamente nel giro di qualche
giorno.
La tosse da raffreddamento si distingue
in tosse “grassa” o produttiva,
caratterizzata da un aumento del muco
nelle vie aeree, e tosse “secca” e
l’approccio terapeutico varia a seconda
che si tratti dell’uno o dell’altro
tipo. Per la tosse grassa possono essere
utili farmaci mucolitici, che
fluidificano il muco, e farmaci
espettoranti, che stimolano l’espulsione
di catarro; per quella secca, invece,
farmaci sedativi, che agiscono con
meccanismi più complessi. Comunque non
bisogna dimenticare che la tosse è un
meccanismo di difesa e che i farmaci
vanno presi solo in caso di effettiva
necessità o qualora sopraggiungessero
delle complicanze.
Molti farmaci per la tosse sono in
vendita senza obbligo di prescrizione
medica e a questo proposito occorre fare
una precisazione di sicura utilità per
chi si reca in farmacia per comprare il
classico sciroppo per la tosse. Molti
esperti sostengono che tali farmaci sono
inutili, se non addirittura dannosi, per
i bambini. Infatti l’Ente americano
preposto all’immissione in commercio dei
farmaci, la Food and Drug
Administration, raccomanda ai medici di
non prescriverli al di sotto dei due
anni di età. Quindi automedicazione sì,
ma con prudenza.
Denti: “tagliando” allo spazzolino
E i consigli per adoperarlo al meglio
L’inizio dell’autunno è la stagione dei
buoni propositi: tra questi c’è anche
avere migliore cura per la propria
salute. Un primo passo, facile e poco
impegnativo, consiste nell’avere
migliore cura dell’igiene orale,
attraverso un corretto utilizzo del
primo e fondamentale strumento per la
salute della bocca, ossia lo spazzolino
da denti. Lo spazzolino, proprio come
l’automobile, può essere sottoposto a un
vero e proprio “tagliando”, per sapere
se è ancora in buono stato e quindi in
grado di assicurare una corretta igiene
orale o se è il caso di sostituirlo.
La revisione allo spazzolino si può fare
recandosi in una delle 2mila farmacie
italiane che aderiscono all’iniziativa:
per sapere qual è la più vicina a casa
basta telefonare al numero verde 800
231210, o in uno degli oltre 700 studi
di igienisti dentali che, sostenendo la
campagna “Hai mai pensato di fare il
tagliando al tuo spazzolino?”, promossa
su tutto il territorio nazionale dal
marchio Tau-marin in collaborazione con
l'Associazione igienisti dentali
italiani (Aidi), a partire da ottobre
daranno la possibilità di verificare
visivamente lo stato del proprio
spazzolino e capire se è giunto il
momento di cambiarlo.
In particolare, nelle farmacie aderenti
all'iniziativa sarà esposta una
comunicazione che, riproducendo un
semaforo, evidenzierà per immagini i tre
possibili gradi di usura del proprio
spazzolino: “luce verde” se le setole
conservano ancora la forma e la
rigidezza originali; “luce gialla” se
invece iniziano ad apparire usurate
nella parte superiore; “luce rossa” se
hanno ormai esaurito il loro ciclo di
vita, e appaiono consumate in punta o
deformate nel fusto. Nell’attesa di fare
un check up vero e proprio allo
spazzolino da denti, valgono comunque
alcune semplici regole che si possono
mettere in atto immediatamente.
"Cambiare lo spazzolino non appena le
setole appaiono rovinate è importante
esattamente come ricordare di lavarsi i
denti tre volte al giorno - sottolinea
Marialicie Boldi, presidente dell'Aidi -
Nell'ambito della prevenzione è
utilissimo porre maggiore attenzione nei
confronti di quello che continua a
essere il primo strumento dell'igiene
orale. Strumento che, oltre a dover
essere sostituito ai primi cenni di
usura (e comunque almeno ogni 2-3 mesi),
va anche utilizzato in modo corretto
perché risulti davvero efficace
nell'assicurare la pulizia dei denti e
quindi la salute della bocca".
Ecco allora le regole di utilizzo
suggerite dall'Aidi e ricordate anche
nei depliant che saranno distribuiti in
farmacia nei mesi di ottobre e novembre:
1. Lo spazzolino va usato senza fretta
(almeno 2 minuti a lavaggio) e senza
troppa forza, con movimenti prima
verticali e poi orizzontali.
2. I movimenti verticali devono essere
effettuati dall'alto in basso per i
denti dell'arcata superiore; dal basso
in alto per i denti dell'arcata
inferiore, sia sulla parte esterna sia
su quella interna.
3. I movimenti orizzontali vanno invece
eseguiti sulle superfici dei denti
maggiormente dediti alla masticazione.
4. Oltre al regolare uso dello
spazzolino, ricorrere al filo
interdentale e a uno sciacquo quotidiano
con un collutorio per contrastare la
formazione della placca batterica nel
cavo orale.
Le donne preferiscono i cattivi ragazzi
Narciso, impulsivo, eccitante, bugiardo, disonesto e anche machiavellico:
ecco l'identikit dell'uomo che ha successo con le donne. I ragazzi per bene
lo sanno; l'affidabilità, la fedeltà, la cura, la simpatia sono buone armi e
talvolta funzionano, ma il fascino sprigionato dal bello e maledetto è
invincibile. Non a caso questo secondo tipo di uomini ha un'attività
sessuale molto più prolifica della media. A questa conclusione, ben chiara
già a tanti uomini e a tante donne, sono giunte due ricerche presentate a
Kyoto in occasione del meeting della Human Behavior and Evolution Society.
In realtà le due ricerche si sono occupate di studiare la dinamica sociale
che si genera intorno ad alcuni soggetti con personalità 'borderline'.
Quando in un uomo l'impulsività diventa perdita di controllo, la tendenza a
dire bugie patologica, lo spirito machiavellico odio per il nemico allora la
risposta delle donne e della società è abbastanza netta: emarginazione e
diniego. In termini evolutivi questo tipo di soggetti non ha molto successo.
Se però un uomo possiede il giusto mix, mai eccessivo, di qualità che lo
rendono un po' maledetto, allora le dinamiche sociali cambiano
immediatamente e questi uomini diventano i più appetibili, i più attraenti,
i più intriganti. "Se si pensa a questo tipo di uomo in termini evolutivi
allora bisogna convenire che è il modello che ha avuto più successo. I
motivi sono chiari: un'attività sessuale prolifica garantisce la maggiore
diffusione del seme e quindi la preservazione della specie", ha dichiarato
Peter Jonason della New Mexico State University e autore di uno degli studi
presentati al congresso.
Anche David Scmitt della Bradley University, autore del secondo studio
presentato al congresso, concorda con il collega ma apre uno spiraglio di
speranza per gli uomini che non vogliono essere maledetti a tutti costi: gli
uomini che hanno dei tratti caratteriali che in psicologia si definiscono
tecnicamente "oscuri" senza dubbio hanno un'attività sessuale prolifica, ma
ridotta agli anni della giovinezza. Alla lunga l'uomo maledetto perde
fascino, per cui non riesce a instaurare relazioni durature.
La costruzione di un nucleo sociale proprio nel quale riconoscersi e
svolgere la propria vita è un elemento fondamentale, antropologicamente
parlando, per avere una vita che garantisca la prosecuzione della specie.
Non basta spargere il seme, bisogna anche essere in grado di accudire la
prole e gli altri elementi del nucleo familiare. Questa è anzi la parte più
difficile e quella in cui avere una personalità centrata ed equilibrata
conta molto di più
La salute è uguale per tutti?
La salute, un bene per "ricchi"?
“Lungo il percorso della metropolitana che attraversa Washington, dai
quartieri poveri e neri a sud-est della città fino alla ricca e bianca
contea di Montgomery, si guadagna un anno e mezzo di vita ogni miglio
percorso, per un totale, ai due estremi della linea, di vent’anni di
differenza nella speranza di vita alla nascita”, ha calcolato Michael
Marmot, docente di epidemiologia e salute pubblica all’Università di Londra.
In altre parole, secondo il colore della pelle e il reddito la durata
dell’esistenza nella capitale USA varia attualmente da 58 anni fino a 73-78.
Una disuguaglianza sorprendente ma certa...
La geografia della salute rilevata a a Washington e la sua stretta
associazione con la classe sociale di appartenenza non sono fatti episodici.
A Londra lo stesso Marmot ha calcolato in 8-9 anni la differenza nella
speranza di vita alla nascita tra i quartieri borghesi e quelli più
disagiati.
Esiste una “geografia della salute” anche in Italia?
In Italia le disuguaglianze di salute più vistose sono quelle che separano
le diverse zone delle grandi città. A Torino, ad esempio, tra i quartieri
ricchi della famosa "collina" e quelli popolari (la “cintura” nord e sud,
tradizionalmente abitata da operai e immigrati) la vita si accorcia di 4
anni circa e si calcola che saranno necessari 14 anni, se il futuro prossimo
sarà contrassegnato da un discreto sviluppo socio-economico, perché nei
quartieri poveri l’arco della vita raggiunga quello attuale dei quartieri
ricchi. Differenze analoghe sono state dimostrate a Milano tra i quartieri
borghesi e quelli dell’hinterland.
Per quanto riguarda la direttrice nord-sud, nel Meridione l’attesa di vita
alla nascita è più breve che al nord di un anno e mezzo circa: ma i dati
ISTAT rilevano che mentre in Trentino soltanto il 4 per cento della
popolazione ritiene di avere "gravi problemi di salute", in Calabria questa
percentuale sale al 12,5 per cento circa, più del doppio. Nel meridione, del
resto, anche la quota della popolazione colpita nello stesso tempo da più di
una malattia cronica è decisamente più alta che al nord.
Sono state indagate anche le cause delle disuguaglianze di salute, tutte
riconducibili alle diverse condizioni socio-economiche. In 4 città diverse,
Torino, Firenze, Livorno e Reggio Emilia, chi è sprovvisto di diploma
elementare corre un rischio relativo di morte da 2,70 a 3,60 volte superiore
rispetto ai laureati della stessa città. E in tutti gli studi fatti, la
disoccupazione appare come il fattore sociale che incide più pesantemente
sulle condizioni di salute: ma incidono anche il reddito, naturalmente, e il
tipo di casa abitata. Non solo: secondo i dati raccolti, è probabile che in
Italia, nei prossimi anni, la durata media della vita continuerà a crescere
ma che aumenterà in parallelo anche l’handicap di salute che separa i gruppi
socialmente svantaggiati, gli emarginati delle grandi città, gli abitanti
del meridione, dal resto della popolazione.
Il nostro sistema sanitario si può dire veramente equo?
Sulla carta, ovviamente sì, ma a in realtà il sistema-salute italiano
tollera al suo interno evidenti carenze di equità. Lo dimostra il fatto che
nel nostro Paese la spesa per la salute stia attraversando quello che
autorevoli sociologi ed economisti hanno definito un processo di
privatizzazione strisciante.
Recenti studi evidenziano infatti che una quota di visite specialistiche
vicina al 60 per cento del totale è pagata direttamente dagli assistiti. In
questa percentuale sono comprese anche le visite che, come quelle
odontoiatriche, non sono considerate tra le prestazioni che il servizio
sanitario ha il dovere di garantire: ma in sostanza la questione non cambia
dal momento che, senza contare gli appuntamenti dal dentista, la percentuale
delle visite specialistiche pagate direttamente dal cittadino è del 47 per
cento.
La consultazione specialistica è uno dei settori fondamentali della medicina
contemporanea, in qualsiasi percorso clinico, e non si può negare che sia
presente in Italia un grave problema di difficoltà di accesso. In
particolare, nel caso delle visite specialistiche, il motivo di scontento
più diffuso e quello che porta alla scelta del pagamento diretto è
l’impossibilità di essere visitati dal medico di fiducia. Per quali motivi
questa criticità viene sottovalutata dal servizio pubblico?
Inoltre, secondo l’indagine Istat 2005, il 12,2 per cento delle famiglie
italiane dichiara di “fare fatica a pagare le cure” in caso di malattia, e
il problema è in particolar modo sentito dagli anziani.
Come affrontare questi temi e quali le possibili soluzioni?
Un recente libro, Il diritto negato, scritto da Giovanni Padovani, propone
una serie di interrogativi che mettono in discussione l'effettivo livello di
equità del nostro sistema sanitario. Perché il tasso di mortalità infantile
è di 3,2 ogni 1000 nati vivi nel Nord, ma di 4,7 nelle isole e di 4,6 in
tutto il meridione? E’ vero che la percentuale degli over-65 assistiti a
casa è del 7,9 in Friuli-Venezia Giulia ma dello 0,5 in Calabria e in
Sardegna? Se è vero che 47 visite specialistiche su 100 vengono pagate dai
pazienti, quali sono le conseguenze per le famiglie meno abbienti?
Non esistono facili soluzioni anche perché queste informazioni, note per ora
a un ristretto numero di epidemiologi, non fanno parte del patrimonio
culturale comune e non hanno dato vita nel Paese, fino a oggi, a un
dibattito ampio e approfondito.
"È difficile pensare, d’altra parte che senza una diffusa cultura del
diritto alla salute e alle cure le cose possano migliorare", afferma
l'autore. "Al contrario, si può pensare che, come è già avvenuto altrove
(l’esempio degli Stati Uniti è da questo punto di vista il più eloquente),
anche in presenza di una soddisfacente evoluzione tecnico-scientifica, gli
squilibri del sistema-salute nazionale sul piano dell’equità continuino a
restare irrisolti o siano destinati addirittura a peggiorare
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